
Gli Islandesi si dedicano alla pesca da sempre, fin dall’epoca
dei primi colonizzatori (nell’874). Ancora oggi l’Islanda,
uno dei paesi più giovani e meno popolati nel mondo (con i
suoi 280.000 abitanti), è tra i più importanti nel settore
ittico.
Tanto la sua terra è brulla e difficile da coltivare, tanto
è prodigo il mare che la circonda: una delle riserve di pesce
più abbondanti del pianeta.
Eppure per secoli si pesca soltanto per l’autoconsumo e, nonostante
le condizioni climatiche e ambientali sfavorevoli, questo popolo rimane
legato alla terra e alle attività contadine. I centri di pesca
non mancano, ma barche e attrezzature sono primordiali e le straordinarie
risorse marine dell’isola vengono inspiegabilmente poco sfruttate.
Lentamente, l’importanza della pesca cresce e, nel Trecento,
lo stoccafisso inizia a viaggiare, raggiungendo le tavole europee.
Le tecniche di pesca e di lavorazione, però, non cambiano:
le barche a remi si ingrandiscono semplicemente un poco.
È inevitabile che, prima o poi, altri paesi scoprano le generose
acque islandesi: gli inglesi sono i primi (iniziano a frequentare
questi mari nel ’400), dopo di loro arrivano i tedeschi, gli
olandesi e infine i francesi.
E mentre gli stranieri catturano enormi quantità di merluzzo
con attrezzature più avanzate, i pescatori locali continuano
a gorgogliare vicino alla spiaggia nei loro poveri scafi, sradicando
qualche merluzzo dalle alghe e ritirando le barche la sera, facendole
rullare sugli ossi di balena.
Nel 1780 la situazione migliora leggermente: l’Islanda
(allora è sotto il dominio danese) stringe infatti un’alleanza
commerciale molto redditizia con la Spagna. L’esportazione di
baccalà in quel paese diventa cruciale per la sopravvivenza della
vita economica dell’isola, fino alla seconda guerra mondiale.
Nel 1907 l’Islanda acquista in Gran Bretagna il primo trawler
(motopeschereccio) per il mare aperto e nel 1915 possiede già
una rilevante flotta di trawlers di ferro, quasi tutti di provenienza
inglese.
Nel 1932 nasce una delle organizzazioni più importanti del mondo
per la vendita dei prodotti ittici: la SIF (associazione di categoria
dei produttori di pesce islandesi).
Il primo peschereccio a traino poppiero arriva nel 1964 e da allora
i trawlers sono in continuo sviluppo tecnologico; oggi l’Islanda
ne conta più di cento modernissimi.
Il baccalà islandese è considerato uno dei migliori e
i suoi mercati principali sono nell’Europa del Sud, soprattutto
in Spagna e Portogallo, seguiti da Italia, Grecia, Brasile e dal resto
dell’America.
Il 70% dell’esportazione islandese è pesce. Di fatto, oggi,
in questo paese tutto concerne la pesca: sono legate a questo settore
innumerevoli aziende del terziario, ad esempio, e la maggior parte delle
compagnie sul mercato azionario. SH (il centro commerciale degli stabilimenti
di congelamento rapido) amministra fabbriche in Inghilterra (dove si
produce fish and chips), negli Stati Uniti e in Francia.
Il merluzzo è protagonista: al punto che è
nell’uso comune dei pescatori convertire tutto nell’equivalente
di questo pesce “unità di misura”: per esempio un
chilo di scampi ne vale quattro di merluzzo, e così via.
Va ricordato, infine, un dato sociologicamente interessante: il 50%
della forza lavoro nell’industria della pesca islandese è
costituito da stranieri (in particolare giovani, spesso laureati, dell’Europa
orientale), il 16% della popolazione dei fiordi occidentali è
straniera ed è proprio l’immigrazione a tenere in vita
molti villaggi di pescatori.
